Vivi la strada ricorda

 

Ricordo di Elio Scarpetta

 


Giovani, siate giovani!

   Caro Elio,

fossi morto qualche mese fa, in Iraq, o in Libano, ti avrebbero dipinto come un martire o, quantomeno, come un eroe. E forse ti avrebbero dedicato anche una via. La tua sfortuna (che io, invece, reputo fortuna) è che tu sia morto qui da noi, in Italia, e non “in servizio” ma mentre cavalcavi, come facevi quasi tutti i giorni, la tua moto. Intendiamoci: non so cosa darei per restituirti vivo a tua madre, a tuo padre, a tua sorella, a tutti i tuoi, amici e nemici compresi. Chi avrebbe immaginato, non più di un mese fa, quando ti ho incontrato vicino la chiesa, mentre eri il licenza, e mi hai invitato, come sempre facevi, a fare un giro sulla moto con te, che ci saremmo rivisti per il tuo funerale? Quando la notizia dell’incidente ha cominciato a vagare per le vie del paese, di bocca in bocca come sempre avviene, sono subito andato a quell’incontro. Ogni volta che ci vedevamo mi invitavi a fare un giro. La moto era per te una fissa. E mi sono anche ricordato che, quando un paio d’anni fa ho comprato anch’io una moto (piccina, rispetto alla tua), tu e tuo padre, non avendone io ancora uno, mi avete regalato un casco.

   Sei schizzato via dal tuo “cavallo” lanciato al galoppo e sei morto non da martire ma... da giovane! Non lo dico solo per i tuoi 28 anni appena ma, perché, in sella al tuo destriero, tu incarnavi, quel maledetto giovedì e sempre, i sogni di tanti tuoi coetanei lanciati ad alta velocità in quell’ippodromo speciale che è la vita. Son sicuro che quando accendevi la tua moto, quasi d’incanto, scomparivano per te i problemi, le ansie, le disperazioni che sempre accompagnano la vita di un giovane. Su quella sella affrontavi la vita a muso duro e sicuro di te perché, quanto alle moto, sapevi il fatto tuo. Solo che la vita - e tu ora me l’insegni - non è riducibile ad una moto. E che per quanta spavalderia un giovane possa mostrare sulla due ruote, tanta paura può albergare nel suo cuore quando questa è a riposo.

   Sai, Elio, parlo a te, per toccare il cuore dei tuoi coetanei. La vita, per tanti di loro, è una folle corsa senza casco e senza regole. E se già per te, che non eri certo uno sprovveduto, le cose sono andate come sono andate, figuriamoci per gli altri. Dobbiamo tutti un po’ rallentare, dobbiamo tutti togliere il piede dall’acceleratore. Non solo dall’acceleratore di motociclette ed auto, ma anche e più da quello, pigiato spesso a tavoletta, della nostra esistenza. Corriamo troppo! Lo so, è un luogo comune, ma queste due parole sintetizzano bene la realtà.

   A “volare” devono essere i sogni, le idealità, i valori. “Carissimi giovani” - ha ribadito ultimamente il Papa a Genova - “state uniti, ma non rinchiusi. Siate umili, ma non pavidi. Siate semplici, ma non ingenui. Siate pensosi, ma non complicati. Entrate in dialogo con tutti, ma siate voi stessi”. Gli ha fatto eco il Card. Bagnasco, nella prolusione all’ultima assemblea generale dei Vescovi Italiani: “Specialmente in questo momento storico, i giovani sono i primi bersagli della cultura nichilista che li invita, li incoraggia, li sospinge a coltivare soltanto le ‘passioni tristi’. È una cultura che instilla in loro la convinzione che nulla di grande, bello, nobile ci sia da perseguire nella vita, ma che ci si debba accontentare di un ‘qui ed ora’, di obiettivi di basso profilo, di una navigazione di piccolo cabotaggio, perché vano è puntare la prua verso il mare aperto. L’esito finale della cultura nichilista è una sorta di grande anestesia degli spiriti, incapaci di slanci e quindi inerti”. Ben vengano le cadute - aggiungo io - l’importante è che ci si possa rialzare e che le ammaccature non arrivino al motore. Al cuore. Giovani, siate giovani!

   Elio caro, per una felice coincidenza hai vissuto il tuo ultimo compleanno nella scorsa Pasqua. Tu, che ormai contempli il volto di Cristo risorto, aiuta noi a non abbassare mai la guardia, a non crederci onnipotenti. A vivere… vivi, da risorti. Amando. Ti ringrazio, perché spesso ti avevo invitato in chiesa e… ci sei venuto. Trascinandoti una marea di giovani che, spero, non aspetteranno un altro funerale per mettervi di nuovo piede. Ti abbraccio, centauro.                                                                

don Tonio